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Benvenuto in questo sito. Ed eccomi qui: anche io in Internet!
Mi rivolgo a te, ti saluto e ti ringrazio per essere qui a navigare in queste poche pagine. e non mi resta che dire,
anzi, gridare con tutta la grinta che ancora ho: "Grazie!"
Non è facile guardare il mondo, di questi tempi.
Non è mai stato facile, a dire il vero, ma ad accelerare la nostra voglia di porci di fronte a
quanto oggi accade ricorrendo a quel gioco da bimbi che ci faceva chiudere gli occhi per immaginare
che il brutto sparisse d’incanto, o che il cattivo di turno venisse debellato per magia, è l’eccesso
di male che si manifesta purtroppo come la cifra di questo aprirsi di millennio. Lo scialo di morte
inutile (più inutile del solito, occorre ammettere). La barbarie diffusa, che nasconde fino a soffocarlo
quel poco o tanto di bello e positivo che pure esiste, ma fatica grandemente ad emergere. Ecco perché,
di regola, ci accontentiamo di vedere quanto sta succedendo, senza parteciparvi e fino ad augurarci che
tutto finisca, il prima possibile.
Sarà per l’emergere di un simile scenario quanto mai problematico, probabilmente,
che l’arte difficile dell’intreccio, della contaminazione fra saperi e linguaggi
diversi sta conoscendo, nell’ultimo decennio, un’attenzione superiore a ogni attesa da
parte del pubblico non meno che della critica: qui, mi pare, sta la coraggiosa scommessa
di don Tiziano Soldavini. Egli infatti, che esercita la vocazione di sacerdote,
ma anche quella di poeta, narratore e pittore, e soprattutto quella di uomo, ha consapevolezza che
l’artista – quando si mette alla ricerca di quella goccia di splendore che l’arte ancora conserva –
non può limitarsi alla visione degli altri, delle cose, delle persone, degli avvenimenti.
Deve piuttosto guardarli, scrutarli, decostruirli, più o meno piacevoli che finiscano per rivelarsi, e
interrogarli in profondità. Porsi in ascolto delle vibrazioni che essi emanano, o potrebbero emanare.
Entrare in un dialogo intimo con loro, fino a ricrearli da capo, al modo di una divinità curiosa e
intrigante, quanto rispettosa – certo – della distanza che li separa.
È per questo che, quando mi sono trovato davanti alle opere artistiche di don Tiziano,
mi sono piacevolmente stupito (oltre che rallegrato) per la sua versatilità, e l’ho personalmente
eletto a uno dei Palomar del nostro tempo, capace di proiettare l’ansia esploratrice del
protagonista del libro omonimo di Italo Calvino sul suo ricercare lungo svariati ambiti linguistici.
Come le esperienze attraversate da Palomar, l’occhio di Soldavini tende qui a concentrarsi lucidamente,
quadro dopo quadro, su un fenomeno di relazione, quasi non esistesse altra cosa al mondo e non ci
fosse né un prima né un poi: senza tale messa a fuoco preliminare (un termine che mi piacerebbe
rendere alla sua etimologia di “al di qua del limen, della soglia”), nessuna forma di conoscenza gli
sembra possibile, anche se l’operazione all’atto pratico risulta ogni volta meno semplice di quel che si poteva credere.
Come per Palomar, l’oggettività e l’immobilità (presunte) dell’osservazione si trasformano qui
in racconto, peripezia, coinvolgimento della propria persona, (posso dirlo?) della propria fede
in un Dio fattosi uomo non meno che nell’uomo tout court. Così, i suoi titoli diventano preziose
chiavi di lettura, ad indicare traiettorie controcorrente rispetto allo spirito del tempo:
da Nuovi cammini a Diversi ma uguali, da Io, l’altro, gli altri a Cantare la bellezza della vita...
Alla base di un’arte del genere – ricca di cromatismi caldi, di picchi fantasiosi, di
suggestioni geometriche – mi piace pensare risieda la convinzione che l’attività faticosa
e preoccupata del guardare, una volta sottratta alla banalità scontata dell’abitudine del vedere,
sia tutt’altro che pacifica, o pacificante. Che a noi, timorosi abitatori di un evo violento,
inquieto ed oscuro, sia stato dato come destino il compito di lanciarci oltre la realtà, di
abbracciare il futuro scommettendo sulla flebile speranza che si riveli migliore dell’oggi.
Che la natura torni a sposare la civiltà. Che possiamo riprendere a narrare, a narrarci, a
comunicare, a comunicarci. Perché non è azzardato tradurre in termini attuali l’incipit del
Vangelo di Giovanni con «In principio era la comunicazione», e non è insensato confidare che,
nel domani, o sarà di nuovo la comunicazione interpersonale, o non sarà nulla.
Da questo punto di vista – lo scrivo sottovoce perché non mi senta don Tiziano – nella sua
passione autentica per le arti figurative e per la poesia, nonché per la scrittura in genere
e nel suo servizio umano e spirituale nello stesso tempo, emerge a tutto tondo come un uomo
capace di ottimismo, di fiducia e di accoglienza: doti tutte di cui proviamo attualmente un enorme bisogno.
Se dovessi regalargli una poesia, in occasione di questa sua nuova fatica, non vedrei di
meglio che recuperare una manciata di celebri versi d’amore tratti da Satura, di Eugenio Montale:
« Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede ».
Perché Soldavini è consapevole, per fortuna, che la realtà non è solo quella che si vede,
cosa che gli dà forza: da parte mia non posso che augurargli che tale forza e la sua ricerca
non si attenuino, negli anni a venire. Come ha intuito Dostoevskij, infatti, possiamo star certi
che solo la bellezza saprà salvare il mondo. «Mettersi in ascolto delle domande vere del cuore umano»
scriveva il cardinal Carlo M. Martini nella sua Lettera pastorale del 1999 su Quale bellezza salverà il mondo?
«vuol dire cogliere ogni nostalgia di bellezza, dovunque essa sia presente, per camminare insieme con tutti
alla ricerca della Bellezza che salva. Vivere l’impegno ecumenico, il dialogo interconfessionale e
interreligioso, è compito urgente per rispettare e promuovere insieme con tutti la Bellezza come giustizia,
pace e salvaguardia del creato».
A conti fatti, non si tratta davvero di un compito da poco. Un compito che per don Tiziano è diventato il caso serio della vita.
(Brunetto Salvarani Teologo saggista
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